Elezioni politiche in Giappone, una visione

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Elezioni politiche in Giappone, una visione

Domenica si sono concluse le operazioni di voto per il parlamento giapponese. I seggi sono rimasti aperti  10 giorni per stimolare l’affluenza al voto che comunque è rimasta molto bassa come sempre (circa 53%). Convocate il 25 settembre, queste elezioni sono state una sfida del primo ministro Shinzo Abe, leader del partito liberal-democratico JIMINTO che ha la maggioranza schiacciante in parlamento. Per farla breve ha stavinto, in alleanza con il partito buddhista KOMEITO, stracciando la sindaca di Tokyo, Yuriko Koike che, uscita dal partito di maggioranza e presentatasi alla testa del “partito della speranza”, ha preso una batosta. Adesso si dedicherà ai preparativi delle famigerate (almeno su questo blog) olimpiadi del 2020 (visto che non si è mai dimessa da sindaca) e probabilmente si consolerà con il vino frizzante che fanno in Francia, da dove ha seguito e commentato i risultati delle elezioni.
E gli altri partiti? E l’opposizione? Il partito chiamato democratico non esiste più, si è sciolto poco prima delle elezioni e molti dei suoi uomini sono confluiti a formare il partito costituzional-democratico RIKKEN MINSHUTO. Ecco, a loro è andata abbastanza bene perché hanno avuto il 19% dei voti e 55 seggi in parlamento. Come dice il nome, si concentrano sulla difesa della costituzione pacifista che invece Abe vuole modificare per permettere al Giappone grandi exploit militari in giro per il mondo.

Perché il JIMINTO governa dal dopoguerra quasi ininterrottamente?

Ce lo si chiede. Personalmente non capisco come un gruppo che esprime idee così retrograde, maschiliste, guerrafondaie, una politica estera così goffa e miope possa avere credito presso la popolazione votante che  ritengo in media più intelligente di così. Inoltre negli ultimi tempi proprio Abe e sua moglie sono stati coinvolti in scandali a tinte neonaziste che normalmente avrebbero fatto dimettere nel ludibrio chiunque. Il motivo principale è l’assenza di alternativa affidabile, e per affidabile l’elettore giapponese intende uno che sappia far funzionare la macchina. In generale l’esperienza batte qualsiasi altra dote nella percezione della politica, quindi meglio questi (anche se magari non sono l’ideale) che altri che non hanno mai guidato un Paese e che sicuro all’inizio fanno scivoloni che non possiamo/vogliamo permetterci. Insomma un po’ di pusillanimità, incapacità di immaginare alternative, inerzia, desiderio innato di stabilità. E poi un po’ è vero che gli altri partiti non brillano per vivacità nelle idee proposte. In tutto questo, l’amato leader Kim Jong Un con i suoi test missilistici non ha fatto altro che fomentare la paura degli indecisi e far votare per Abe, alfiere di un Giappone finalmente armato come si deve. Peccato che il diritto all’autodifesa sia già sancito dalla costituzione attuale, ma paradossalmente la propaganda coreana del nord e del JIMINTO procedono parallele e in sintonia.

E ora?

Abe ha la maggioranza assoluta e può procedere a manomettere la costituzione, specie l’articolo 9, rinunciando alla rinuncia alla guerra. Avrà il coraggio di farlo? Gli elettori e gli alleati (specie i buddhisti convinti) continuerebbero comunque a sostenerlo? Quasi certamente la politica del JIMINTO, basata sul supporto entusiastico agli Stati Uniti, proseguirà incurante delle proteste a Okinawa che non ne può più della base militare, forse salteranno fuori altri legami tra i politici e i gruppi incontrollabili di ultranazionalisti violenti nell’ideologia, nelle parole, nei fatti. La politica continuerà ad essere ad appannaggio completo dei maschi visto che per gli illuminati liberal-democratici il posto delle donne è fuori dal parlamento, dentro le cucine o nelle sale parto.

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