Impermanenza, transitorietà?

La stagione dei fiori di ciliegio è arrivata, l’ho celebrata, e adesso sta lasciando Tokyo. Proprio oggi, in un momento incastrato tra il pranzo di Pasqua e un giro al parco, sono passato vicino a un tempio buddhista come ce ne sono tanti nel mio quartiere. La sua particolarità è di avere un maestoso albero di ciliegio nel cortile interno, e della varietà Sato Zakura. Quasi tutti i ciliegi che finiscono per scatenare gli hanami sono della varietà Somei Yoshino (Prunus Yedoiensis), dai petali chiari, ma in questo tempio c’è un Prunus serrulata, ha i fiori rosa violacei, un colore definito e allo stesso tempo un po’ lascivo, secondo me.

La situazione in cui mi sono trovato oggi mi ha messo a disagio perché mi ha fatto sentire come se tutto fosse stato approntato in modo spudorato, come per farmi capire un messaggio.

Nel tempio un monaco cantillava le preghiere battendo uno strumento di legno per darsi il ritmo, un signore anziano spazzava i petali caduti a terra mentre lentamente quelli ancora sui rami cadevano a pioggia. Un altro monaco bruciava incenso tra le tombe mentre le bambine giocavano  a rincorrersi tra il piazzale, gli scalini che portano al padiglione di legno e il cimitero adiacente. Tutto racchiudeva tutto: come le statue buddhiste austere o tetre. A suo modo è stata una specie di manifestazione della Pasqua, credo. 

Bellezza e impermanenza

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