LA PRIMA DEL KABUKI

LA PRIMA DEL KABUKI

Non ci vado così di frequente, ma gli spettacoli di Kabuki mi piacciono moltissimo e ogni volta, quando esco, mi dico che dovrei andarci più spesso.
Per una coincidenza fortunata ho trovato due biglietti per lo spettacolo di ieri sera: una rivisitazione della storia di Genji, il principe splendente, con Ichikawa Ebizo nella parte del protagonista; una produzione nuova in molti sensi.

Già dall’inizio si è capito che non era un normale spettacolo di kabuki: un clavicembalo ha iniziato a suonare e un contraltista americano vestito in abiti di scena giapponesi ha cantato un’aria di Dowland. Insomma sul palco c’era un grosso mosaico formato da kabuki, musica vocale europea del diciassettesimo secolo, noh, teatro moderno, danza, computer art proiettata sia come sfondo all’azione scenica che come elemento a sé stante, musica strumentale suonata dal vivo. La storia del principe splendente è complessa perché già il libro che la contiene è ricolmo di personaggi, sul palco le scene più toccanti sono state la morte della prima moglie di Genji a causa dell’influsso di un demone (rappresentato con stilemi e suoni del noh) e l’addio di Genji a suo figlio al momento di lasciare temporaneamente la capitale. In realtà l’attore Ebizo ha veramente perso la moglie per un tumore l’anno scorso e sul palco c’era il suo vero figlio, Kangen. Altre scene che mi ricorderò sono il volo di Ebizo sospeso a dei tralicci mentre dei danzatori riproducevano l’impeto del mare. Erano vestiti di bianco come la spuma della tempesta ma la parte bassa del costume era nera. Il mare in Giappone può essere nero e fare paura. Era la prima serata di questa produzione, e si è sentito spesso il duro lavoro del suggeritore che salvava gli attori. A me sono piaciuti gli interventi di proiezione, avevano un impatto che si amalgama bene allo stile meraviglioso, barocco e caciarone del Kabuki. E poi i numeri di Noh, che in realtà è un’arte scenica completamente diversa e su questo palco non si sarebbe mai vista se non fosse stato per questo pastiche nato dall’idea di rimescolare tutto come voleva il padre di Ebizo.

Cosa non funziona:

La musica occidentale non c’entrava niente. E non lo dico per spirito conservatore, forse pensandoci meglio poteva essere un’intuizione preziosa, ma così no. Sentire un tenore e un contraltista intromettersi tra un numero e l’altro senza amalgamarsi, con un timbro di voce, un linguaggio così alieno, spezza il ritmo e la tensione. E poi la tempistica era completamente sballata: il pubblico del kabuki applaude quando gli attori escono di scena e in questo caso si era ancora nel pieno dell’aria che diventava così quasi un sottofondo musicale il cui climax non combaciava con il pulsare del teatro. 

Il tentativo di unire i brani tradizionali del Noh all’organico strumentale del kabuki è destinato al fallimento. L’estetica del Noh trae la sua potenza comunicativa dalla semplicità scarna del timbro, dalla sua vocazione alla musica da esterni, e aggiungere una fila di shamisen paradossalmente indebolisce l’esperienza sonora. 

Detto questo, viva il Kabuki, viva chi ci lavora e chi ci trascina il pubblico. Viva soprattutto Ebizo che ha ereditato un lavoro antico, nobile e a rischio in questa epoca, ma lo ha rivitalizzato diventando un idolo in TV, sui social e dovunque la gente possa guardarlo e amarlo. Andiamo tutti un po’ di più al Kabuki.

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