Inari e Tofu

Inari e Tofu

Nel mio quartiere c’è un piccolissimo santuario consacrato alle volpi, si chiama Inari. Nella vita quotidiana ha il ruolo di edicola, la gente che ci passa davanti a volte si ferma -specie gli anziani, ho notato- volge la fronte al piccolo altare, si inchina e poi prosegue. Il concetto è poetico, ma il tutto è contenuto in una copertura di metallo ondulato vecchio e rovinato. Intendiamoci, mi piace molto l’altarino e il fatto che l’immagine stessa dello shinto sia di fronte a un tempio buddhista mi dà pace. Accanto c’è un arbusto che cresce tra l’asfalto e il muro di cinta di una centralina elettrica, in un pezzetto di terra che non si sa come abbia trovato. Per me non è mai stato niente di più che un baraç, come si direbbe in friulano: una di quelle piante selvatiche che riempiono i greti dei torrenti, né albero né cespuglio, insomma una pianta infestante inutile. Poi l’anno scorso la lezione più giapponese che potessi ricevere: questa pianta è fiorita e ha mostrato dei petali viola intenso, i fiorellini uscivano direttamente dai rami sgraziati. Ho capito che è una pianta che ha un nome (che non mi ricordo) e un certo prestigio, e l’ho notata anche in qualche giardino del vicinato.

La vita nella zona di Tokyo dove abito è la vita in un villaggio; ci sono i notabili, gli anziani e il consiglio di quartiere che si ritrova per organizzare le sagre e a volte i viaggi sociali (il bowling va fortissimo). Il punto di ritrovo si alterna tra i templi buddhisti del vicinato, ma lunedì ci siamo aggregati davanti a questa edicola di Inari per una benedizione fatta da un bonzo e tra i vecchietti presenti c’era il tofaio. Due settimane fa improvvisamente la piccola bottega del tofu vicino casa ha chiuso con uno scarno biglietto, il proprietario ha detto che ha avuto un ictus e non potrà più portare avanti l’attività. È un dramma per me perché ormai di negozi di tofu nuovi non ne aprono più e forse sarò costretto a comprarlo al supermercato. Mi mancherà dover suonare la campanella per richiamare il tofaio dal retrobottega dove cagliava, formava o friggeva quella delizia bianca. 

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