Un mese rimpatriato

Tornare nel proprio paese dopo due anni di assenza è molte cose insieme: necessario se te lo sogni di notte, straniante perché ci si trova davanti ad abitudini esotiche anche se è il posto da cui si viene.

Dalle prime fasi del viaggio ci sono alcuni elementi destabilizzanti: l’assistente di volo è seduto davanti a noi e, alla domanda di un passeggero su come sia messa la compagnia di bandiera, risponde con una tirata criticissima e disillusa sull’amministrazione, sui salvataggi, sulla (mala)politica. Un tipo di interazione semplicemente impensabile per il mondo giapponese dove l’impiegato è l’alfiere indomito del suo datore di lavoro. 

Un’altra cosa che rasenta il luogo comune (anzi ci si tuffa completamente) è la questione delle file. Si sviluppano in una forma per me difficile da capire, non so mai dove mettermi, chi è l’ultimo, temo costantemente di rubare il posto o che qualcuno mi passi avanti. Spesso chi ha organizzato gli spazi davanti alle casse e agli sportelli non ha pensato minimamente a dove fare aspettare la gente, non ci sono strisce, indicazioni, quindi c’è un grosso problema in quella cosa che molti chiamano design. 

Tutte queste elucubrazioni normalmente spariscono dopo le prime ore di permanenza, quando mi mescolo all’ambiente e finalmente il mio aspetto non è così alieno rispetto agli abitanti del posto. 

Se l’aereo per Roma è una doccia di italianità, su quello per Trieste sento le prime conversazioni in friulano e un po’ mi sciolgo, ma mi hanno detto che questa friulanità sdilinquita è meglio tenersela per sé. 

Camminando per la città mi accorgo che non ho mai visto tante facce nell’ultimo anno e mezzo. All’aperto non si usa la mascherina, a differenza di Tokyo, dove le persone hanno mutato la loro capacità di leggere le espressioni e si basano solo sui movimenti degli occhi e del corpo. 

Mi pare di capire che qui la percezione del virus è fortemente influenzata dalle normative di legge. Le limitazioni imposte sono la prima cosa a cui pensare, adesso che si può girare senza mascherina e mangiare fuori si percepisce un’aria rilassata rispetto a Tokyo, dove per un anno e mezzo di fatto ci sono stati inviti, limitazioni blande e spesso non sanzionate, ma il grosso lo ha fatto il senso di auto-limitazione e spesso reclusione della popolazione giapponese. Quasi tutto è interiorizzato e alla lunga, mi rendo conto adesso, molto stressante.

Settembre qui non lo vedevo da tanto tempo, e la luce mi pare meravigliosa, un po’ mediterranea, un po’ nordeuropea, raggiante e obliqua. Il modo migliore per godersela è girovagare attraversando quella membrana invisibile e poco permeabile tra il Friuli e Trieste. Di qua per i boschi, i fiumi e le montagne, di là per il mare spettacolare, una città unica e il suo ritmo da scontrosa grazia sempre in sciallo. Come da tradizione ho fatto il bagno in mare nell’ultimo giorno umanamente sopportabile della stagione. Nelle camminate in mezzo ai boschi si nota una sorta di preparazione all’autunno, una pre-season in cui le foglie non sono colorate ma stanno per.

Attorno a Udine le novità in campo bevereccio riguardano la rivoluzionaria accoppiata tra l’abitudine di abbeverarsi ai chioschi in mezzo ai campi e il farlo con la birra prodotta in loco. La parola d’ordine è agribirrificio, pare. 

Sono sempre contento di vedere circolare tanti pandini, che la divinità dei motori li conservi sempre in salute e protegga i pezzi di ricambio. 

Trovandosi nei paesi sperduti tra pianure e colline, è incredibile entrare nei bar (l’istituzione locale per eccellenza, il barat), e vedere sia gestori che arredamento umano indossare la mascherina, un oggetto che fino a 2 anni fa era visto dagli stessi come una assurdità di popoli bislacchi dell’asia orientale.

Improvvisamente, come si teme da ormai più di un decennio quando si compra un biglietto a/r della compagnia di bandiera, ricevo una mail con cui mi avvertono che l’aereo di ritorno a Tokyo non esiste più, il collegamento diretto Italia-Giappone è semplicemente soppresso. Per un attimo penso di sfruttare l’occasione e rifarmi una vita qui, ma poi no, tanto vale continuare a stare in Giappone. Ma con un biglietto a/r dall’Italia, che psicologicamente cambia tutto.