Recensione musicale #1: la vita segreta dello Shō

Un po’ qui a Tokyo la situazione dei contagi è migliorata tantissimo, un po’ dicembre è la il mese della musica, delle sale da concerto, delle feste di fine anno, un po’ dopo un anno e mezzo abbondante di attività fatte solo attraverso uno schermo la gente ha voglia di uscire e partecipare a qualcosa, insomma per tutti questi motivi questo mese il calendario di tutti è pieno di concerti e altri eventi musicali. Ho pensato di scrivere alcune recensioni delle serate. Cominciamo con la prima:

5 dicembre 2021, Una storia di Shō, Nakano Salon T

Lo shō, un organo a bocca, non è uno strumento unicamente giapponese, anzi è usatissimo in Cina e in tutta l’Asia sud-orientale. In particolare l’ho sentito molto in Laos. In Giappone comunque appena introdotto è subito asceso al rango di strumento delle classi nobiari: è irrinunciabile per suonare la musica imperiale a cui conferisce una sonorità sognante, immateriale. Questa musica, chiamata Gagaku, è considerata da qualcuno la più noiosa in assoluto tra quelle prodotte dal genere umano, ma ovviamente questo è un giudizio sbagliato. Dopo secoli in cui lo shō è rimasto confinato nel suo ruolo di accompagnamento della musica imperiale, recentemente degli strumentisti lo usano adattandolo a musiche eterodosse e più moderne, visto che le cannette di bambù sono intonate sui gradi delle scale occidentali. 

Durante il concerto che sono andato a sentire in questo inizio di dicembre l’esecutore e compositore Naoyuki Manabe ha suonato con altri 4 shōisti (termine nato proprio in questo momento) e, in una suite di sua composizione, anche con un suonatore di hichiriki, una sorta di oboe tradizionale, anche questo usato nella musica imperiale. Questa composizione era la più avanguardistica, un duo di organo a bocca e appunto oboe giapponese, una specie di ricercare con echi nella musica antica europea. 

Il paragone sembra assurdo, ma tutto il programma del concerto era un’esplorazione della musica occidentale fatta a bordo di questo strumento dall’espressività tipicamente asiatica: c’era l’Ave Verum Corpus mozartiano, poi il concerto grosso n.8 di Corelli, quello con la pastorale di Natale alla fine. Non so quanto fosse un effetto ricercato, ma la parte finale di bordone che nella versione orchestrale è resa dagli archi, fatta con queste cannette di organo a bocca risuonava proprio come una zampogna.

Del gruppo fa parte anche una musicista che si chiama Kanisasare Ayako, nome che tradotto letteralmente significa “Ayako Beccata Dalle Zanzare”. Durante l’introduzione del pezzo, alla domanda del leader “perché Ayako Beccata Dalle Zanzare?” ha risposto: “Perché le zanzare mi pungono molto”. Lei oltre a essere una esecutrice è anche una comica e qui trovate il suo canale YT con una serie di sketch e gag sonore. Il pezzo finale della serata è stato arrangiato da lei per un gruppo di 3 shō: si tratta delle stagioni di Astor Piazzolla, che assumono così una sonorità dolce e inedita.

In tutto un concerto di 2 ore dentro un complesso che mi è parso il centro culturale di un tempio buddhista, un pubblico ridotto in un’atmosfera intima. Però posso dirlo? Il pezzo che mi ha emozionato di più è stato il primo, quello tratto direttamente dal repertorio tradizionale giapponese. Il gioco di echi, la rarefazione del ritmo e del suono erano troppo inafferrabili per non risultare affascinanti. 

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