Recensione musicale #2: Hiromi Uehara

Concerto Hiromi Uehara + quartetto d’archi Silver Lining Tour 9.12.2021

Guardo il manifesto del concerto e mi chiedo: è possibile conciliare un quartetto d’archi con la musica jazz senza sfondare quella sottilissima parete che separa l’essenza del genere più cool dai manierismi?
Vale la pena provare: la sala da concerti Orchard Hall dentro il complesso Bunkamura, a Shibuya, è piena. Cioè sarebbe piena se non per il fatto che tra ogni gruppo di persone del pubblico venute insieme c’è un posto lasciato libero: organizzazione certosina in questa fase di pandemia a basso voltaggio.
Questo è il terzo concerto dal vivo in cui ascolto Hiromi Uehara (fuori dal Giappone conosciuta semplicemente come Hiromi): la prima volta è stata a Udine dove ha suonato con Anthony Jackson e Simon Phillips, nell’estate 2015, poi due anni fa un meraviglioso concerto da solista a Yokohama (Era il tour dell’album Spectrum) e stasera qui. Amo la bravura compositiva di Hiromi Uehara, la trovo perfettamente calibrata sul suo pianismo, pieno di potenza percussiva, moderno ma non troppo ripulito né involuto. Guardarla suonare dal vivo è un’esperienza inebriante, ha un senso della musicalità ma soprattutto una tecnica soprannaturale: una volta mi sono fatto prestare il binocolo e in alcuni passaggi non si vedevano le braccia: si muovevano troppo velocemente durante un assolo orgasmico. Alla fine del concerto in cui aveva tenuto il palco da sola per due ore Hiromi aveva chiamato sul palco il suo accordatore a cui aveva detto di essere fedelissima e gratissima. Si era quindi capito che in fondo si trattava di un duo: piano e accordatura. 
Quando vado a un concerto di Hiromi mi prendo sempre il lusso di non ascoltare prima l’album da cui trarrà i pezzi da suonare, questo mi sembra è un privilegio rarissimo ormai: musiche composte da poco e suonate fresche fresche dal vivo.

E veniamo al concerto con il quartetto.
Le composizioni sono tipicamente hiromesche, ritmate e originali, ma gli archi un po’ finiscono per fare da ripieno a delle armonie che solitamente nel jazz sono sottintese. Forse il fatto stesso che lo siano rende il jazz così stiloso. In alcune parti ho avuto un sentore di suono ridondante, come quando una bella composizione da camera viene ri-orchestrata per un organico più grande e più che migliorare perde qualcosa. Insomma i pezzi del concerto in qualche punto funzionano, in altri non molto, ed è significativo che l’impasto migliore sia quello tra il piano e il violoncello pizzicato, in definitiva un abbinamento super garantito del jazz più classico (in cui si usa il contrabbasso ma l’impasto col  piano è quasi uguale). Tra incursioni in sonorità alla nuevo tango piazzolliano e parti un po’ czardesco-ungheresi, si arriva a momenti abbastanza evitabili come i soli degli archi che da buoni musicisti classici non hanno il manico necessario per nascondere il fatto che l’improvvisazione è tutta scritta.
Detto questo il concerto è strutturato come uno spettacolo perfetto: i tempi, le luci, gli equilibri e soprattutto il suono sono impeccabili e il pubblico è contentissimo, che è la cosa più importante. Se vi capita, andate a un concerto di Hiromi Uehara, con chiunque suoni.

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