Intorno al reportage per The Passenger

flavio · Febbraio 03, 2026 · Uncategorized · 0 comments

Quando la redazione di The Passenger (rivista pubblicata da Iperborea) mi ha chiesto di scrivere un pezzo sui ragazzi di Tōyoko non sapevo che sarebbe stato il reportage più difficile da realizzare fino ad allora. Il tema era uno (il più cupo) tra quelli che avevo proposto io.

Normalmente, nello scrivere un pezzo metto giù i punti da trattare e cerco le persone da intervistare, se le conosco già fisso un appuntamento, se non ho ancora contatti chiedo a conoscenze (le mie fonti?), ricerco on line o chiedo a chi ne sa già più di me. 

Trovare qualcuno che parlasse con me della situazione dei Toyoko Kids è stata un’impresa molto dura. Un’organizzazione non governativa su cui avevo puntato mi ha clamorosamente ignorato su tutti i canali possibili. Non ho ricevuto risposta sui social, alle mail, e non è stato possibile trovare un numero di telefono da chiamare per parlare con qualcuno. Sono andato a una mostra organizzata da loro e all’ingresso ho provato a chiedere se fosse possibile avere un’intervista con qualcuna delle responsabili, se non con la persona al vertice; una donna piuttosto famosa e visibile sui media giapponesi.

Peraltro la mostra è stato il primo pugno nello stomaco che ho ricevuto durante il lavoro di raccolta delle informazioni: pagine di diari di ragazze, spesso giovanissime, che raccontano di violenze domestiche, stupri da parte di padri adottivi, fidanzati, sconosciuti, clienti con cui sono costrette a prostituirsi. Oltre al contenuto, la mostra è stata impegnativa perché era proibito portare il cellulare all’interno e ho dovuto leggere il tutto senza l’aiuto di un device per tradurre i kanji che non conoscevo.

Senza nessuno con cui parlare, però, ero a un binario morto. In una camminata per il quartiere di Tōyoko (dove appunto si radunano i Tōyoko kids, giovani sradicati e scappati da casa) ho visto un gruppo di adulti che distribuivano degli opuscoli informativi sulle malattie trasmissibili sessualmente con acclusi dei preservativi. Ho chiesto loro se potessero mettermi in contatto con qualcuno della loro organizzazione, c’è stato uno scambio di mail (mooooolto lento come latenza delle risposte, per gli standard giapponesi), e alla fine non se n’è fatto niente.

Ho cominciato a capire che chi si occupa del tema non ha nessun interesse a comunicare con i media (stranieri o forse in generale); a peggiorare la situazione la dirigente dell’organizzazione più in vista di cui parlavo prima ha ricevuto minacce, bullismo e vandalismo da youtuber e attivisti di estrema destra. Questo spiega un po’ la cautela nei riguardi di sconosciuti, credo. 

Finalmente ho trovato un’altra organizzazione il cui responsabile è stato felicissimo di invitarmi nel suo ufficio il giorno stesso in cui l’ho chiamato, e da lì ho conquistato la sua fiducia tanto da convincerlo a presentarmi un’altra attivista che è stata disponibilissima e quasi materna nell’aiutarmi (questi due sono i protagonisti del reportage, alla fine). 

In realtà la difficoltà nel trovare degli interlocutori è stata niente rispetto alla difficoltà di digerire i racconti che ho sentito durante il lavoro di raccolta informazioni. Credo che il Giappone nella narrazione estera venga spesso banalizzato, contenutizzato per i social (non so se esiste questo verbo ma ci capiamo), ma è –ovviamente– un posto reale con sue brutture e miserie morali. Come genitore (di figlie) ho dovuto lottare per non cadere in uno stato di demoralizzazione estrema guidato dalla preoccupazione per il futuro. Allo stesso tempo mi sono trovato a riflettere su come (e se) sia possibile interrompere i meccanismi che portano allo sfruttamento di soggetti deboli come ragazzine adolescenti già vittime di abusi in famiglia. E ancora: i rapporti sessuali a pagamento possono anche non essere un abuso? La prostituzione (nel caso fosse veramente una scelta) potrebbe anche essere uno strumento di libertà? Per adesso a quanto ho visto mi pare di poter concludere con un bel no

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