Allora è deciso, durante le Olimpiadi di Tokyo 2020(+1) sarò in giro per la città e gli impianti sportivi cercando di capire che succede. Questo girovagare diventerà un podcast:  GORIN, DIARIO DALLA TOKYO OLIMPICA Qui c’è la puntata pilota↓SPOTIFYSPREAKER Sarà un progetto indipendente, finanziabile tramite la pagina di kickstarter http://kck.st/2TJQYx1 La versione gratuita sarà un podcast quotidiano, mentre i sostenitori riceveranno contenuti fotografici e puntate speciali con interviste integrali e chiacchierate in giapponese (ottimo per chi studia questa lingua e vuole fare pratica o per chi ama il suono della parlata nipponica). Grazie a chi vorrà contribuire e ci sentiamo presto!
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Tokyo Underworld è per me il libro più bello di Robert Whiting, l’ho letto quando abitavo in questa città da forse un anno e ha sparigliato il mio approccio alla cultura giapponese. Posso dire che questo libro sia tra le pochissime cose scritte che hanno modellato la mia percezione della società che mi ha adottato.Questa primavera Whiting ha pubblicato il suo ultimo lavoro, e il giorno dell’uscita, all’orario di apertura, sono andato alla libreria di Shinjuku specializzata in testi stranieri, ho chiesto il titolo e la libraia ha dovuto aprire gli scatoloni che erano appena arrivati. Di solito non faccio queste mosse da fan, ma ero troppo impaziente di leggere il racconto di vita di un americano a Tokyo dal 1962 a oggi. Finito il libro ho scritto una mail a Robert per chiedergli se potevamo fare una chiacchierata e mi ha risposto dopo 20 minuti dicendo che certo, era libero e ci saremmo visti tre giorni dopo. Ci incontriamo al Club dei Corrispondenti stranieri di Tokyo, un’istituzione della città, a ora di pranzo. Ci sediamo al tavolo del ristorante piuttosto affollato e quando dico che prenderei solo un caffè Robert mi lancia uno sguardo severo: capisco che devo fargli compagnia […]
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Articolo pubblicato su ilpost.it il 19 novembre 2019 Tokyo, 19 novembre, 248 giorni alle olimpiadi Quando nell’estate 2013 il comitato olimpico internazionale svelò il contenuto della busta e Tokyo vinse la gara per ospitare le olimpiadi, il Giappone esplose in una atmosfera di festa. Dopo le olimpiadi del dopoguerra nel 1964 c’era l’occasione per mostrare al mondo un paese ancora più evoluto, moderno, meraviglioso; la parola d’ordine O MO TE NA SHI (ospitalità) pronunciata dalla madrina, Christel Takigawa diventò un tormentone, i prezzi dei terreni cominciarono a salire, le imprese di costruzioni a movimentare i bulldozer per demolire prima e gru e betoniere per ricostruire poi.  Dopo poco la realtà ha cominciato a chiedere il conto: il costo del nuovo stadio olimpico progettato da Zaha Hadid è stato considerato troppo caro e dai 2 miliardi di dollari si è passati a poco più della metà preventivata dallo studio di Kengo Kuma. Tokyo è entrata in un vortice edilizio aprendo cantieri grandi o enormi ovunque, e questo ha innescato una crisi nell’approvvigionamento dell’acciaio. Nelle intenzioni degli organizzatori dovrebbero essere le olimpiadi più ecologiche e sostenibili della storia, ma il consumo di spazi e le cubature sviluppate in città rischiano di lasciare […]
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Ho conosciuto Shiori durante una conferenza. Era un incontro promosso da una ONG che si occupa di difendere le donne vittime di violenze sessuali e sostenerle con aiuti psicologici e legali. Shiori Itō era lì per raccontare la sua storia e salutare la nascita di questa organizzazione dal nome primaverile: Mimosa. La sua storia è questa: il 4 aprile 2015 Shiori, giornalista che all’epoca lavorava tra Tokyo e gli Stati Uniti, è a cena con un collega molto importante per parlare di lavoro. Le cose non vanno come dovrebbero e in seguito ai fatti di quella notte verrà istruito il processo per stupro più deflagrante nel Giappone degli ultimi decenni. Shiori ha in seguito scritto tutta la storia nel libro Black Box, si è esposta ed è diventata la voce più significativa del movimento #metoo che all’epoca stava cominciando ad estendersi in questa parte dell’Asia. La sua visione è quella di una donna nata in Giappone ma abituata alla vita all’estero, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Nei suoi discorsi si nota una costante comparazione tra paesi esteri progressisti, attenti alla condizione della donna, e il Giappone ostile al cambiamento sociale e saldamente nelle mani di uomini anziani. Nel frattempo […]
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KUSAI significa puzza in giapponese. Kusaya quindi somiglia un po’ al termine puzzone.L’odore in effetti è esplosivo, e quando ho chiesto di vedere come si fa, dopo 20 minuti passati nei locali di produzione i vestiti e la mascherina erano inservibili. Il procedimento è veramente unico: si pulisce il pesce fresco, lo si lava e lo si mette in una salamoia per 24 ore. Questa salamoia è il punto centrale: si tratta infatti di una salamoia di recupero, già usata per altre marinature e quindi ricca dei succhi secreti dagli altri pesci. Questo “tesoro” è una sostanza viva, conservata per decenni, usata per il pesce e poi lasciata fermentare in contenitori sotterranei con un ritmo ben preciso per non farla stancare. La si rabbocca con acqua e sale. Questo all’inizio mi ha fatto pensare al garum dei nostri antenati, ma a quanto pare includeva le interiora che qui sono assenti. Alla fine somiglia a una colatura di alici “impura” e lasciata fermentare.Il pesce così trattato viene poi asciugato e fatto parzialmente essiccare, come per un normale himono, la tecnica tradizionale di conservazione del pesce giapponese. La cosa che mi affascina di più di questo processo è la causa scatenante: gli […]
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