Tokyo, 27 novembre, 239 giorni alle olimpiadi Credo fosse il 2008, con un mio amico e i suoi genitori siamo andati a mangiare il sushi a Sukiyabashi da Jiro, che allora non era sulla guida Michelin , non era protagonista di un documentario né aveva sfamato Obama. Un pasto memorabile: mi ricordo che il riso e il pesce erano a una temperatura assolutamente perfetta, in bocca si innescava un’esplosione tra il sapore del pesce, i condimenti aciduli, i grassi naturali dei migliori tagli e la cottura perfetta del riso. È stata un’esperienza diversa da qualsiasi pranzo o cena mai provati prima o dopo. Eravamo gli unici quattro clienti nel ristorante; davanti a noi, dall’altra parte del bancone, quattro itamae (così si chiamano i cuochi) maneggiavano gli ingredienti in modo impeccabile e servivano un nigiri (la polpetta di riso con sopra il pesce, il pezzo di sushi, insomma) dopo l’altro, a un ritmo un po’ troppo elevato. La madre del mio amico non era una gran mangiatrice, e quando ha cominciato a rallentare, lasciando aspettare il sushi per troppo tempo dopo che era stato preparato, il figlio di Jiro le ha fatto notare che era meglio che si muovesse. Da lì la signora ha cominciato […]
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Non so se sia noto, ma il Giappone in estate è un inferno. Chi ci è venuto in ferie in agosto dall’Italia lo sa, chi ci abita da un po’ vuole solo fuggirne. I nativi, pur accettando la situazione, se ne lamentano abbondantemente, gli immigrati rimpiangono i loro paesi in modo violento, siano l’Europa, i paesi sahariani dell’Africa o addirittura le isole del sud-est asiatico. Personalmente mi sono trovato meglio nel deserto indiano del Thār, in Rājasthān, dove i 40 gradi sono accompagnati da una secchezza pericolosa ma gestibile. Non è tanto la temperatura, quanto l’umidità è una frase che qui trova il suo compimento definitivo: a Tokyo la cappa di vapore appiccicoso fa boccheggiare, i palazzi bloccano i possibili aliti di vento provenienti dal mare, l’aria ristagna. La concentrazione umana, il calore rimandato da vetro e cemento degli edifici, i bocchettoni di scarico dell’aria condizionata, tutto moltiplica il disagio. Il cielo è sintonizzato su un colore grigio-bianco fastidioso e monotono, la luminosità non cambia mai e il tempo sembra immobile, ritmato dal frinire aggressivo delle cicale sugli alberi. Non c’è quasi scampo, il mare ha un color petrolio e pare esalare umidità, fuori non si sta bene, la cosa […]
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Nel mio quartiere c’è un piccolissimo santuario consacrato alle volpi, si chiama Inari. Nella vita quotidiana ha il ruolo di edicola, la gente che ci passa davanti a volte si ferma -specie gli anziani, ho notato- volge la fronte al piccolo altare, si inchina e poi prosegue. Il concetto è poetico, ma il tutto è contenuto in una copertura di metallo ondulato vecchio e rovinato. Intendiamoci, mi piace molto l’altarino e il fatto che l’immagine stessa dello shinto sia di fronte a un tempio buddhista mi dà pace. Accanto c’è un arbusto che cresce tra l’asfalto e il muro di cinta di una centralina elettrica, in un pezzetto di terra che non si sa come abbia trovato. Per me non è mai stato niente di più che un baraç, come si direbbe in friulano: una di quelle piante selvatiche che riempiono i greti dei torrenti, né albero né cespuglio, insomma una pianta infestante inutile. Poi l’anno scorso la lezione più giapponese che potessi ricevere: questa pianta è fiorita e ha mostrato dei petali viola intenso, i fiorellini uscivano direttamente dai rami sgraziati. Ho capito che è una pianta che ha un nome (che non mi ricordo) e un certo prestigio, […]
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L’ultimo mio post pubblicato sul blog de ilpost:Il primo di aprile qui è iniziato l’anno scolastico: in mezzo ai fiori bianchi ormai completamente sbocciati le mamme e i papà hanno portato i bambini all’asilo, gli studenti hanno varcato per la prima volta i portali dell’università: in Giappone l’inizio degli studi ha lo slancio della primavera, le foto del primo giorno hanno i ciliegi in fiore. La stessa mattina, in una sala segreta e controllatissima del parlamento, una commissione composta da membri del governo, capi istituzionali e altri personaggi ha scelto il nome della nuova era del Giappone: Reiwa (令和). A differenza della datazione cristiana che parte da zero e procede presumibilmente all’infinito, qui ogni imperatore è in carica per un periodo chiamato con un nome diverso, nome che finisce per essere quello dell’imperatore stesso. Chi ama queste cose può riflettere sulla concezione impermanente del tempo in oriente, sulla consapevolezza della fine di ogni cosa e su altri concetti estetici o estetizzanti. Questo anno, il 2019, è cominciato con un nome e finirà con un altro cambiandolo il 1 maggio, quando l’imperatore attuale abdicherà ponendo fine all’era Heisei. Invece di pensare al passato in termini di decadi, in Giappone ci si […]
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Sono passati 8 anni da quel pomeriggio, la successiva notte di angoscia, i giorni e le settimane di paura e incertezze. Per chi era in Giappone terremoto e maremoto hanno cambiato molte cose, spesso la vita e l’approccio alla stessa. A differenza di molti ho sempre trovato tremendamente più destabilizzante pensare alle vittime del maremoto piuttosto al disastro della centrale nucleare di Fukushima. Forse perché le radiazioni non si vedono mentre la terra invasa dal mare, il fango che trasporta case, paesi e vite è sconvolgente. Tanti si infervorano per gli errori di progettazione della centrale, per i pasticci combinati nella gestione dell’emergenza, ma in tutta onestà non ne so abbastanza e in fondo si tratta delle decisioni di poche persone, anche se importanti. Le storie che ho sentito e visto di chi si è salvato scappando fortunosamente per poi scoprire di aver perso tutto, i paesi risucchiati dal mare, gli asili in cui bambini non sono più tornati, tutto questo mi colpisce di più. E allo stesso tempo mi porta uno strano senso di compassione e comprensione. Forse sono tra le poche persone che ha deciso di rimanere ad abitare in Giappone non nonostante lo tsunami, ma anche perché ha visto cosa è […]
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